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Elogio della semplicità
Nella bulimia tecnologica che contraddistingue la produzione di fotocamere
digitali si rischia di perdere il senso di cosa voglia dire fotografare sia dal
versante prettamente tecnico, sia da quello dei contenuti. In fondo la
fotografia dal punto di vista tecnico è fatta di poche cose: un obiettivo con un diaframma, un otturatore che dà i tempi, un sensore che raccoglie con maggiore o minore sensibilità l'immagine che arriva in base ai due parametri precedenti, quando serve un
flash o un illuminatore, insomma qualcosa per dare luce quando ce n'è poca. Perché è sempre la luce a fare la fotografia. La luce e l'occhio del fotografo, non
basta fare click. Esiste una cosa chiamata mirino, o visore che sia, che
consente di inquadrare il soggetto e di scegliere come rappresentarlo, perché non bisogna dimenticare che qualunque immagine è una rappresentazione soggettiva della realtà, mediata dal mezzo tecnico.
La fotografia subacquea
Questa premessa vale ancora di più per la fotografia subacquea, dove i limiti posti dalla tecnologia, ma
soprattutto dalle condizioni ambientali riducono ulteriormente il campo
d'azione del fotografo e l'aderenza della rappresentazione alla realtà che vediamo con gli occhi. Ma c'è fotografia subacquea e fotografia subacquea. Non basta essere sott'acqua per
fare fotografia subacquea: non c'è infatti differenza tra le fotine ricordo che tutti fanno ogni giorno e a iosa
fuori dall'acqua e quelle fatte con lo scafandro mentre si fa il bagnetto,
oppure ai compagni d'immersione che si mettono in posa, magari senza
l'erogatore in bocca per essere ancora più in posa!! Penso alla fotografia subacquea come qualcosa di un po' più complesso, come un modo di rappresentare il paesaggio sommerso e gli organismi
che concorrono a formarlo che corrisponda il più possibile a quello che si vede attraverso la maschera e che sia in grado di
rendere le sensazioni che si provano sott'acqua, la straordinaria biodiversità, lo stupore che si prova di fronte a forme e colori così diversi da quelli della terraferma.
Quando la tecnologia non ce la fa
Bene, per fare questo serve eccome la tecnologia, ma serve soprattutto la
capacità di chi fotografa di usare la tecnologia per quello che serve. Quello che serve, mi si scusi il tormentone, è innanzitutto la possibilità di fare foto blu in profondità (a partire da 7-8 m in giù) che consentano di leggere le ombre senza che la superficie dell'acqua diventi
bianca (sovraesposta) e se si possono fare buone foto blu il passo per fare
buone foto dove si miscelano luce ambiente e luce artificiale è breve. Bene, con le compatte inquadra e scatta questa è un'impresa disperata e non c'è modalità SCENE che riesca a risolvere il problema. La ragione è semplice: la differenza di luminosità tra la superficie inquadrata dalla fotocamera e il fondo (soprattutto se è roccioso e scuro) è talmente elevata che l'automatismo della fotocamera non riesce a mediare i due
valori e tende a esporre o per le luci o per le ombre. Il risultato sono
immagini con il fondo leggibile e la superficie "sparata" (sovraesposta),
oppure immagini con la superficie esposta correttamente e il fondo nero,
indecifrabile. Questo problema diventa ancora più irrisolvibile quando si cerca di usare il flash, perché essendo il soggetto nella parte buia, la fotocamera in automatismo espone
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per le ombre e per farlo apre al massimo il diaframma, imposta tempi
lunghissimi, oppure aumenta a dismisura la sensibilità del sensore. Il risultato è di immagini mosse, oppure fracassate dal disturbo alle alte sensibilità. Ma allora con le compatte inquadra e scatta si riesce a fare fotografia
subacquea? La risposta è: può capitare, nel senso che alcune foto vengono, altre non vengono, è una specie di inaccettabile lotteria. È un classico caso nel quale la facilitazione tecnologica non funziona, la
macchina non è più brava di noi.
Usare la tecnologia
Non è dunque un caso che tutti i fotografi seri (quelli che fanno fotografia e non
fotine) anche con fotocamere sofisticatissime come le reflex di ultima
generazione, quando fotografano sott'acqua utilizzano la regolazione manuale di
tempo, diaframma e sensibilità. Scelgono, non lasciano fare alla macchina, non solo cosa fotografare, ma anche
come fotografarlo. Perché non c'è nulla di più semplice di scendere sott'acqua, trovare un soggetto interessante, valutare la
luce ambiente (con la tecnologia della fotocamera che
ci aiuta con l'esposimetro), regolare sensibilità tempo e diaframma e poi scattare. E se le condizioni non cambiano lo si fa una volta e poi è come lavorare in automatismo. È talmente semplice che su un fondale mediterraneo a una ventina di metri di
profondità è facile prevedere che a 100 ISO 1/60 f8 andrà bene, mentre su una barriera corallina è facile prevedere che 1/60 f 11 andrà altrettanto bene. Certo, se uno non sa o non capisce cosa vuol dire 100 ISO
1/60 f8, qualche minuto per capire cosa vuol dire fotografare lo deve spendere.
L'errore che non si deve però commettere è pensare che sia complicato capirlo. È semplice, al contrario di quanto sono complicate le fotocamere che cercano di
fare cose semplici senza spesso riuscirci.
Egidio Trainito
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